FOCUS ECONOMIA E LAVORO 2026 SIENA
Lo studio di Ires Toscana con dati e analisi su economia e lavoro sulla provincia di Siena

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Dall’introduzione al report:”Il rapporto restituisce un quadro articolato e in alcuni tratti contraddittorio della provincia. Da un lato, emergono segnali di tenuta – crescita dell’occupazione, aumento del reddito disponibile, retribuzione media superiore alla media regionale – dall’altro, si accumulano evidenze di una crisi profonda e di trasformazioni strutturali che stanno ridisegnando il modello di sviluppo locale.
L’analisi dei dati macroeconomici, del mercato del lavoro e delle retribuzioni nel periodo 2014-2025 consente di individuare quattro tendenze particolarmente significative.
1- stagnazione produttiva e crisi industriale. Il PIL reale previsto del 2025 (8.756 milioni di euro) è ancora inferiore a quello del 2019 (8.842 milioni). La crescita, dopo il rimbalzo post-pandemico, si è arrestata. Il dato più preoccupante riguarda l’industria: dopo anni di alternanza tra recessione e stagnazione, nel 2025 il settore manifatturiero registra una contrazione del -1,1%, mentre le esportazioni crollano da 4.139 milioni (2023) a 2.477 milioni (2025).
2- esplosione della cassa integrazione. Il dato più allarmante è l’impennata delle ore di cassa integrazione nel 2025: 4.735.948 ore totali, con un aumento del +322% rispetto al 2023. La CIG straordinaria cresce del +1.861% in due anni, passando da 170.555 a 3.345.210 ore. Il 95% di queste ore è concentrato nell’industria, segnale inequivocabile di una crisi conclamata che, nel 2026, rischia di tradursi in espulsione definitiva di forza-lavoro qualificata.
3- terziarizzazione e polarizzazione retributiva. Nel lungo periodo (2008-2025), le Unità di Lavoro crescono di +8,1%, ma l’aumento è interamente assorbito dai servizi, che oggi rappresentano il 71,8% dell’occupazione totale. All’interno del terziario, tuttavia, si registra una forte divaricazione: i settori a basso valore aggiunto (ristorazione, servizi alle imprese, sanità privata) occupano il 40,3% dei lavoratori ma assorbono solo il 26,3% della massa salariale, con retribuzioni spesso inferiori a 18.000 euro annui. La media retributiva provinciale (24.155€) è superiore a quella regionale (23.188€) solo grazie ai livelli salariali del settore bancario e assicurativo (55.980€), che costituiscono un’anomalia positiva, ma anche una distorsione statistica.
4- redditi reali in calo per la maggioranza della classe lavoratrice. Nel decennio 2014-2024, con un tasso di inflazione cumulata del +20,8%, l’aumento del reddito reale per il totale di percettori di redditi da lavoro è solo di +1,3%. Ma questa media nasconde una divaricazione netta fra lavoratori autonomi che hanno visto crescere i propri redditi nominali ben sopra l’inflazione e dipendenti, sia privati che pubblici, che hanno un subito un crollo del loro potere d’acquisto. Poiché dipendenti pubblici e privati rappresentano quasi i due terzi dell’occupazione totale, per la maggioranza dei lavoratori e delle lavoratrici senesi il reddito reale è diminuito nel decennio.
Questi quattro elementi – stagnazione produttiva, crisi industriale, polarizzazione retributiva e perdita di potere d’acquisto per i lavoratori dipendenti – delineano un quadro coerente con il modello che IRES Toscana ha definito nei termini di terziarizzazione debole. Un modello in cui rendita immobiliare e finanziaria aumentano la loro incidenza, la crescita occupazionale si concentra nei servizi a bassa produttività e bassi salari, mentre il settore manifatturiero, tradizionale serbatoio di occupazione stabile e qualificata, si contrae o entra in crisi. Il caso di Siena presenta una specificità: la tenuta occupazionale e le elevate retribuzioni medie del settore finanziario alzano la media salariale provinciale, ma contribuiscono anche a mascherare la fragilità diffusa che caratterizza parti importanti del sistema produttivo.
La vera questione, per il futuro, è se la provincia riuscirà a mantenere la propria base manifatturiera e ad aumentare la quota di occupazione nel terziario avanzato, oppure se la crisi industriale in atto – certificata dall’esplosione della CIGS – produrrà un ulteriore slittamento occupazionale verso il terziario arretrato e un modello di specializzazione poco innovativo e a basso reddito. Il rischio per i prossimi anni è che la combinazione tra crisi industriale e terziarizzazione debole produca un abbassamento strutturale della qualità del lavoro e del reddito, con ricadute negative sulla coesione sociale e sulla capacità di attrarre e trattenere talenti e investimenti qualificati.”